Dopo tante risposte, è tempo per le domande?



"Mente sgombra. Bocca chiusa. Vedere molto. Dire poco."
E' questo uno dei più bei consigli che il cavaliere di King dà a Jake, un fanciullo alle prese con esperienze troppo più grandi di lui.
Nel caos di questi giorni, in cui l'efferatezza degli accaduti si mescola al rumore di innumerevoli j'accuse di ogni sorta, il teatro della violenza si pone per molti come l'agognato palcoscenico su cui mettere in scena il proprio spettacolino, ognuno con il suo nemico, la sua certezza ideologica, il suo ego.

Ci sono quelli che si scagliano contro gli immigrati in toto, altri "solo" contro quelli musulmani: nella guerra al diverso, ad ogni capra il suo capro espiatorio.
Ci sono quelli del revival della Fallaci cui si oppongono sedicenti seguaci del terzanismo o del ghandhismo.
Poi ci sono quelli che pregano (o che almeno dicono di pregare) e che vengono attaccati da coloro che rifuggono da ogni religione tout court.
Tra quelli che pregano, inoltre, ci sono quelli che accusano coloro che pregano solo per Parigi: non ci sono vittime di serie A e serie B! - dicono - ma, a quanto pare, ci sono preganti di serie A e di serie B.
Infine ci sono quelli secondo cui è tutta colpa dell'Occidente. Dell'America. Anzi, no, della Francia. Il terrorismo islamico è un'invenzione della CIA, l'intelligence francese sapeva ma non diceva e poi c'è naturalmente il colonialismo occidentale.

In questa guerra verbale, che continua a far da eco alla guerra con le armi, ognuno gioca la propria partita con certezza disarmante. Beati i certi, che sempre risposte hanno e mai domande si pongono.
Persino chi si presenta come assillato da mille dubbi finisce con il puntare il dito contro qualcuno, avendo proprio la reazione che aveva criticato negli altri. Crozza, per esempio, che sferra filippiche contro chi si è commosso per la Francia, contro i trascorsi di tutto l'Occidente e contro i nuovi bombardamenti. Non male per uno che brancola nel buio.

Brian Raszka


Ho un dubbio: è peggio la mancanza di empatia o la falsa empatia?
Credo che sapersi mettere nei panni dell'altro e condividerne il dolore sia una delle cose più difficili per un umano. Chi ci riesce sa che, quando capita, fa male da far paura.
Ed anche per questa ragione, possiamo portarci addosso il fardello del dolore di pochi (per autodifesa?).
Mi pare invece che coloro i quali ostentano un'empatia universale incarnino esattamente l'opposto, ovvero l'individualismo più puro. Troppo occupati a giudicare l'altro - reo di aver sentito il contraccolpo dell'attacco a Parigi, in questo caso - ed a far mostra della propria presunta superiorità morale a tal punto che, difatti, è ancora e sempre e solo il loro ego al centro di tutto. Anche e nonostante i morti.
Dall'articolo di Cinzia Sciuto del 13 novembre su Micromega:
"Come non capire che questo argomento – apparentemente universalista – è invece alla base dell'individualismo più cinico? Siamo esseri finiti, la nostra empatia è strettamente legata alla vicinanza – fisica, ideale, politica, familiare – con le altre persone"

Ho un dubbio: ci siamo dimenticati di affilare il rasoio di Occam ?
Una delle più belle espressioni legate al rasoio di Occam (che ci vieta di andare al di là della descrizione più semplice possibile) è una frase di Sagan: "Affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie".
Tutti coloro che mettono in diretta relazione l'Occidente ed il terrorismo islamico adducono invece una sola "prova": la politica estera occidentale. Quando in vena di dettagli, si aggiunge anche il colonialismo passato.
Innanzitutto: cosa si intende per Occidente? Tecnicamente tanto gli USA quanto la Norvegia rientrano nel concetto di "Occidente", ma la loro politica estera è molto diversa.
Quanto al resto, risulta che la stragrande maggioranza di attentati non ha avuto Paesi occidentali come target: Siria, Iraq, Egitto, Libia sono i Paesi più colpiti. Sono i musulmani stessi ad essere le prime vittime.
Di quale guerra agli invasori si tratta duque?

Ho un dubbio: cosa è giusto e cosa è sbagliato fare?
Nell'ultima puntata di Piazza Pulita, gli stessi che erano a sfavore di ogni intervento occidentale si chiedevano come mai ci fosse voluto tanto tempo per la liberazione della città di Sinjar (avvenuta grazie ai raid della coalizione occidentale).
Non capisco: si pretende che nessun Paese occidentale si immischi, però al contempo si pretende che l'Occidente faccia qualcosa per fermare questo scempio.
E supponiamo che ci si metta d'accordo almeno su questo, e cioè che l'Occidente debba intervenire, la domanda è: esattamente, come deve intervenire?
Il pacifismo è sacrosanto e lodevole, ma la verità è spietata. Come si libera una città saccheggiata, stuprata, ingiuriata?

Ho più domande che risposte.
Ma i morti, quelli, sono l'unica cosa certa.



Profilo dell'autore

HYBRIS: femmina (ma non troppo), geofisica di professione, scrivo per diletto. Chi mi ispira? Da Nietzsche a Voltaire, dal Maestro - quello finnico - a King, passando per tutti i piccoli grandi eroi della porta accanto che rendono questo mondo migliore. Amo: il culture shock, il fango e le stelle, i concerti, le avventure ed i posti inesplorati, l'incertezza, l'umiltà superba di chi ha cuore e menti grandi, gli animi caparbi.

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