Perché Blablacar non è come Airbnb - Luci ed ombre della sharing economy



E' notizia di oggi: Blablacar è legale. In Spagna i giudici hanno respinto le accuse mosse dalle compagnie di autobus contro la nota società di car sharing, ingiustamente incriminata di fare concorrenza sleale al trasporto pubblico. Le ragioni della perdita economica delle società di autobus sono evidentemente da cercare altrove, ma la strada più semplice spesso consiste nel trovare un capro espiatorio da mettere alla pubblica gogna.

Tutti parlano di sharing economy (letteralmente, economia condivisa), ma pochi sanno esattamente di cosa si tratti. E' in effetti un concetto nuovo, non univocamente definito e molto trasversale, dunque soggetto ad innumerevoli interpretazioni. Questo fa paura a molti, ed è comprensibile.
A qualcuno non va giù neanche l'aggettivo sharing e c'è poco da obiettare in effetti quando c'è il profitto di mezzo. Ma quando si parla di profitto?
Prendiamo la piattaforma Couchsurfing che permette di ospitare uno sconosciuto a casa per qualche notte senza chiedere denaro in cambio: ecco, in tal caso si tratta di condivisione sic et simpliciter. Supponiamo però che una coppia svizzera ti ospiti gratis per due notti: puoi decidere di mostrare la tua riconoscenza partecipando alle spese della cena o portando un dolce di una pasticceria. Non è richiesto, ma diciamo che sarebbe un atto naturale di gentilezza. Nel caso di Blablacar, questo contributo spese non è facoltativo, ma obbligatorio. Il termine condivisione, dunque, viene reso più elastico sino ad includere la partecipazione alle spese:


"Il Contributo alle spese è determinato dall’Utente, in qualità di Conducente, sotto la sua esclusiva responsabilità. È severamente vietato trarre profitto in qualsiasi modo dall’utilizzo della nostra Piattaforma. Di conseguenza, l’Utente accetta di limitare il Contributo alle spese richiesto ai Passeggeri ai costi effettivamente sostenuti per il Viaggio." (blablacar.it)


E' profitto? No. Dunque non è tassabile. "Revenue derived from sharing platforms (such as Blablacar), which are not intended to make money but to share costs, are indeed not taxable, and are therefore not affected by this measure. - I ricavi derivati ​​da piattaforme di condivisione (come Blablacar), che non derivano da profitto ma dalla condivisione dei costi, non sono tassabili  e dunque non sono interessati da questo provvedimento." (startbusinessinfrance.com). Nessuna ricevuta da rilasciare, nessuna dichiarazione dei redditi, dunque.

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Perché i tassisti sono infuriati con Uber ma non con Blablacar?
"[...] BlaBla Car ed altri servizi simili, dove in pieno clima di (vero) sharing esiste un guidatore che condivide un percorso preciso scelto da lui e non fa da tassista abusivo; percepisce un reale rimborso spese e trasporta passeggeri solo se e quando trova qualcuno che vuole condividere il suo viaggio in un momento preciso. Uber Pop funziona invece a “chiamata”, ovvero l’utente apre l’app, prenota una corsa da un punto all’altro della città, ed il driver che lavora da vero e proprio taxi privato corre a prenderlo e a lo trasporta dove richiesto. [...] Il car sharing esiste già, da anni, e sono favorevolissimo a proporlo come alternativa ai dispendiosi Taxi. Il problema è che (probabilmente) non permette di guadagnare le cifre che vogliono guadagnare i signori di Uber." (uritaxi.it)

Del resto, quando si viaggia in auto con gli amici si usa dividere le spese e nessuno si sogna di sostenere che l'autista sta facendo profitto. Blablacar semplicemente estende questa logica, chiedendo agli utenti della piattaforma di partecipare ai costi sostenuti dal guidatore per il viaggio cui sono interessati. Insomma, Blablacar ha reso più fruibile qualcosa che avviene da sempre, semplicemente a scala più piccola: il passaggio in auto. Da anni, per esempio, i pendolari lucani che devono raggiungere Bari si incontrano all'uscita di Potenza per proseguire il viaggio verso il capoluogo pugliese con poche auto. Un risparmio per il portafoglio, un sollievo per l'ambiente.

Quando la sharing economy smette di essere condivisione (con o senza contributo spese) e si trasforma in wild economy? Quando ti comporti come la maggior parte degli hosts di Airbnb, cioè quando raggiri le leggi sugli affitti, comportandoti come un proprietario di hotel senza però rispondere agli stessi doveri:

"[...] arrivando fino a un proprietario che possiede ed affitta con Airbnb 272 immobili diversi (arrivando a guadagnare quasi 7 milioni di dollari l’anno): ecco che si esce dall’ambito casereccio e amicale della sharing economy e si entra nel torbido campo dell’elusione dalle regole. [...] Non è solo una questione di imposizione fiscale: secondo l’accusa si farebbe passare per sharing economy del semplice business che non vuole sottostare alle discipline e ai doveri che sarebbero previsti. Inoltre questa comoda alternativa borderline finisce per spingere in alto i prezzi degli affitti tradizionali, perché riduce la disponibilità di appartamenti in locazione ordinaria." (europaquotidiano.it)

(link)

Se Airbnb avesse proposto un'idea simile a quella di Couchsurfing, con la sola variante di un contributo spese obbligatorio, strizzando l'occhio a Blablacar, sarebbe stata a tutti gli effetti una piattaforma online di sharing economy. Ma così non è, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti:

1. Evasione delle tasse

"Airbnb traccia ogni pagamento rilasciando ricevuta regolare che ogni utente host deve poi riportare nella propria dichiarazione dei redditi. «Ma smascherare gli evasori è molto difficile», ammette Alberto Reda, generale della Guardia di Finanza a Venezia. Che rivela una vicenda inedita: «Nell’inverno 2015 siamo stati nella sede italiana di Airbnb. È stata una visita conoscitiva. Abbiamo chiesto gli elenchi dei locatori, ma non ce li hanno forniti spiegando che i dati erano custoditi sui server all’estero». La tracciabilità dei pagamenti elettronici non è quindi di grande aiuto nella caccia agli evasori." (lastampa.it)

2. La guerra tra turisti ed inquilini

Gli hosts di Airbnb guadagnano molto più affittando il loro appartamento ai turisti che ai comuni cittadini, creando problemi enormi per tutti coloro che sono alla ricerca di una casa in affitto. (Report)

(link al report)


3. Lo spopolamento delle città

Un esempio su tutti? Venezia. A causa della diffusione capillare di case in affitto su Airbnb, il centro città è di fatto un unico grande hotel preso d'assalto dai turisti. I cittadini, infatti, sono stati costretti ad abbandonarlo, preferendovi la periferia, se non un'altra città. L'impatto sulle comunità locali è dunque devastante: contrariamente a quanto va millantando, Airbnb è esattamente l'opposto del turismo sostenibile ed autentico, dunque.


4. I ricchi diventano più ricchi

Sono gli hosts più ricchi - i proprietari di 2 o più case - a beneficiare maggiormente dei guadagni con Airbnb. La forbice sociale si allarga ulteriormente, dunque. Nata in antitesi alle più grandi catene alberghiere, Airbnb, sedicente paladina dei meno abbienti, ha invece confermato e rafforzato le gerarchie pre-esistenti nel mercato immobiliare.

5. Perdita di posti di lavoro

Un hotel dà lavoro a molti dipendenti, un host di Airbnb invece affida tutto il lavoro ad una collaboratrice domestica, con una paga nettamente inferiore rispetto ad un normale contratto di lavoro presso un hotel.

6. Gli affitti salgono alle stelle

Diversi studi provano l'impatto di Airbnb sul costo degli affitti, che hanno subìto una forte impennata in numerose città, mettendo ulteriormente a dura prova i cittadini in cerca di una casa.


Per queste ragioni, molte città hanno dichiarato guerra alla wild economy perpetrata da questo colosso dell'house sharing che ha un valore di mercato di poco inferiore al Marriott International.
Berlino non permette più agli hosts di Airbnb di affittare un intero appartamento, ma solo una stanza. Miami Beach ha inflitto multe salatissime agli hosts che non hanno rispettato le nuove stringenti norme sugli affitti a breve termine. A New York sono state addirittura vietate le pubblicità di Airbnb. A San Francisco non sarà più possibile affittare più di una casa a breve termine. A Londra ed Amsterdam, Airbnb è stata costretta ad imporre un numero massimo di notti per host. A Barcellona infine il pugno più duro:

"Il sindaco di Barcellona Ada Colau - secondo quanto riporta il Corriere della Sera - ha ordinato la chiusura di 256 appartamenti turistici illegali e ha imposto una multa di 60 mila euro ai portali HomeAway e Airbnb. Ada Colau ha lanciato un appello ai cittadini di Barcellona a denunciare chi affitta casa in modo irregolare, e in breve tempo sono arrivate 400 denunce e la chiusura di molti appartamenti." (huffingtonpost.it)

Gli effetti di questi provvedimenti incominciano già a vedersi. A Berlino, per esempio, è stato registrato un calo del 40% di offerte su Airbnb, a dimostrazione del fatto che molti affittano un intero appartamento e non solo una camera per un periodo finito, comportandosi dunque come un vero e proprio hotel.

La battaglia contro la (falsa) sharing economy è dunque in atto.
Stay tuned.

Protesta contro Airbnb



Profilo dell'autore

HYBRIS: femmina (ma non troppo), geofisica di professione, scrivo per diletto. Chi mi ispira? Da Nietzsche a Voltaire, dal Maestro - quello finnico - a King, passando per tutti i piccoli grandi eroi della porta accanto che rendono questo mondo migliore. Amo: il culture shock, il fango e le stelle, i concerti, le avventure ed i posti inesplorati, l'incertezza, l'umiltà superba di chi ha cuore e menti grandi, gli animi caparbi.

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